Cronaca Italiana
mercoledì, 9 ottobre 2013

Cinquant’anni dopo: “Il Vajont è stata una strage di stato”

di Matteo Ghidoni
"Quella diga è un monumento alla vergogna" - I servizi di KIKA Press
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ESCLUSIVO - LONGARONE - “Il Vajont è stata una strage di stato”, non usa mezzi termini Gianni Olivier, superstite dei terribili giorni del 1963, in cui la sua città fù rasa al suolo da un’onda alta più di duecento metri, caduta dalla diga più alta del mondo. “Ho perso tutta la mia famiglia quella sera, in quattro minuti morirono duemila persone”.

Un’intera montagna del volume di duecentotrenta milioni di metri cubi è franata dentro all’enorme bacino idrico, alla velocità di cento otto chilometri orari. Circa trenta milioni di metri cubi d’acqua sono schizzati in cielo, scavalcando di oltre duecento metri il coronamento della diga, per poi precipitare a terra, impattando a terra con una violenza indescrivibile. Subito dopo, il silenzio. Al posto del piccolo paese Vajont, che si trovava appena sotto l’impianto, un buco profondo quarantacinque metri. Dove prima c’era Longarone, il terzo polo industriale del Veneto, un enorme ammasso di macerie e corpi senza vita. Le frazioni sopra la diga e attorno alla cittadina, rase al suolo o parzialmente cancellate. “Più di cinquecento persone non sono mai più state ritrovate” racconta Olivier, “Mia madre l’ho riconosciuta solo grazie agli anelli che aveva addosso”. Quella montagna era destinata a franare, a segnalarlo lo stesso Edoardo Semenza, geologo e figlio dell’ingegnere Carlo, che aveva progettato la diga. A monte del bacino c’erano i residui di una paleofrana che da un momento all’altro avrebbe potuto cedere, causando una rovinosa caduta di massi. Le parole dello studioso vennero sottovalutate, probabilmente anche a causa dell’ingente somma di denaro che lo stato avrebbe versato ai costruttori della diga. Il resto purtroppo è storia.

Prendete un catino d’acque e mettetelo sul tavolo, immergeteci le mani, l’acqua esce, la tovaglia si bagna. Prendete lo stesso catino e sbatteteci forte i palmi, l’acqua salta fuori e cede a terra molto più velocemente. Quella sera il catino conteneva centoquindici milioni di metri cubi d’acqua, le mani erano una montagna grossa più del doppio del bacino, che si muoveva a cento chilometri orari. Le briciole portate via dall’acqua, eravamo noi con le nostre famiglie”. DISPONIBILI INTERVISTE

Guarda tutti i servizi dedicati alla memoria della strage cliccando su questo link

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