mercoledì, 6 febbraio 2013

ESCLUSIVO: La ricostruzione completa del tragico incidente

di Chiara Bruschi
Le testimonianze, la cronaca e la sentenza della Cassazione
12-11-2012 - ESCLUSIVO:  La ricostruzione completa del tragico incidente 12-11-2012 - ESCLUSIVO:  La ricostruzione completa del tragico incidente 12-11-2012 - ESCLUSIVO:  La ricostruzione completa del tragico incidente ESCLUSIVO:  La ricostruzione completa del tragico incidente

«Ho cercato di assecondare la marcia del veicolo all’indietro, come quando si fa retromarcia, puntando verso una sporgenza di roccia del monte, dove speravo di fermarmi. Per disgrazia ho colpito quella sporgenza con la ruota di scorta esterna e la macchina ha ruotato verso il burrone.

Istintivamente ho spalancato la portiera e mi sono lanciato fuori mentre la Chevrolet precipitava». Parlava così Beppe Grillo, secondo quanto riportato da La Stampa del 2 marzo 1984, per descrivere la dinamica dell’incidente automobilistico che il 7 dicembre 1981 provocò la morte di Renzo Giberti, 45 anni, della moglie Rossana Quartapelle, 34, e del figlio Francesco, 9.

Una tesi, quella del comico alla guida del veicolo, che convinse la corte del Tribunale di Cuneo chiamata a pronunciarsi in primo grado di giudizio (l’imputato fu assolto con formula dubitativa) ma non quelle di Appello e Cassazione, che invece si pronunciarono rispettivamente nel 1985 e nel 1988: «La corte (…) ha individuato la colpa del Grillo nell’avere proseguito nella marcia, malgrado l’avvistamento della zona ghiacciata, mentre avrebbe avuto tutto il spazio per arrestare la marcia, scendere, controllare o quanto meno, proseguire da solo», riporta la sentenza del 7 aprile 1988 della Corte Suprema di Cassazione.


Quest’ultima aveva quindi motivato così il rigetto del ricorso formulato dall’imputato e con queste parole confermava la condanna emessa dalla Corte di Appello di Torino il 12 marzo 1985 a «un anno e due mesi di reclusione con sospensione della patente di guida per eguale periodo di tempo», poi condonata.

«Credetemi, dobbiamo sempre avere fiducia nella giustizia e nell’operato della magistratura», aveva commentato a caldo, in base a quanto riportato da Gianni De Matteis su La Stampa del giorno dopo l’assoluzione in primo grado. “In questo momento il ricordo struggente va ai poveri Renzo, Rossana e Francesco, i miei cari amici genovesi che non ci sono più. Anche se non mi sento, e anche per la magistratura non lo sono, colpevole della loro morte, l’immagine spaventosa di quel che è accaduto quel giorno a Limone non mi abbandonerà mai più». La sentenza di assoluzione era stata accolta con un «applauso spontaneo della grande folla che dal mattino gremiva l’aula», scriveva De Matteis. In base a quanto scritto da Franco Giliberto su La Stampa il 22 marzo del 1984, Cristina Giberti, che nell’incidente aveva perso i genitori e il fratellino, «ha ricevuto dall’assicurazione quasi 300 milioni (di lire, ndr) e altri 250 da Beppe».

Che cosa accadde, davvero, quel giorno?


«Renzo Giberti, ex calciatore del Genoa, era molto tifoso», racconta Maura, sorella di Rossana, moglie di Giberti. «Lui e Beppe si conoscevano e si frequentavano da tempo. Andavano insieme allo stadio, si vedevano nel tempo libero. Alla fine della trasmissione tv Te la do io L’America, e dopo le riprese del film Cercasi Gesù, mia sorella e mio cognato lo avevano invitato a fare questo week end per riposarsi un po’. Quel 7 dicembre avevano comprato tartufi, vino: loro erano fatti così, gentili e ospitali. E poi erano felici perché mia sorella adorava gli spettacoli di Grillo. Appena finito di mangiare, poiché c’era un bellissimo sole, decisero di raggiungere Baita 2000. Mio cognato conosceva molto bene quel percorso, avendo avuto la casa lì fin da piccolo, ma quella volta capitarono una serie di sfortunate coincidenze. Lui e mia sorella non salivano mai in un’automobile guidata da altri, perché non si fidavano, però Grillo aveva una nuova Chevrolet appena arrivata dall’America, e la Range Rover di mio cognato non voleva saperne di partire. Si era ingolfata. Così accettarono il passaggio. In auto, con loro e il piccolo Francesco, c'erano altri tre amici, Andrea Mambretti e Carlo Stanisci con la fidanzata Monica».

Per raggiungere quota duemila, occorre percorrere la via Del Sale, una strada militare sterrata della larghezza media di tre metri. Sulla destra l’auto ha la parete rocciosa, sulla sinistra un burrone ripidissimo. Manca qualche centinaio di metri all’arrivo e il cane di Carlo e Monica comincia ad abbaiare, forse ha bisogno di fare una passeggiata all’aperto: i due chiedono di scendere perché vogliono proseguire a piedi. L’incidente si consumerà davanti ai loro occhi.
Poco più avanti, infatti, in corrispondenza di una curva a destra e in prossimità di una grande roccia chiamata Cabanaira, la strada diventa un lastrone di ghiaccio. Grillo tenta di superare l'ostacolo ma l'auto, invece di obbedire ai comandi, scivola e slitta all’indietro, probabilmente ingovernabile. Dopo aver urtato la parete rocciosa con la parte posteriore dell’auto, il veicolo è ormai fuori controllo e precipita con il muso verso il burrone.

Grillo spalanca la portiera e si butta prima del precipizio. Il tettuccio a pressione si stacca durante uno dei primi impatti. Mambretti si aggrappa alla carrozzeria con tutte le sue forze, e questo gli permette di non essere sbalzato fuori se non negli ultimi metri della caduta.


I Giberti invece, probabilmente presi dal disperato tentativo di proteggere il figlio, vengono catapultati all'esterno quasi subito: l’auto, in caduta giù per il burrone, travolgerà prima Francesco e poi Rossana. Grillo si rialza quasi illeso e corre verso lo strapiombo. Cerca di prestare soccorso, ma trova Renzo moribondo e Rossana già morta. Di Francesco non c’è traccia. Il suo corpo sarà trovato dal soccorso alpino dopo due giorni e due notti di ricerche. Alberto è ferito, ma non è in pericolo di vita.

Il fuoristrada, scrivono Maria Latella, Mario Bottaro e Renzo Parodi sul Secolo XIX, è «ridotto a un ammasso di rottami». Per recuperarlo «è stato richiesto l’intervento di un elicottero dei carabinieri, ma questa operazione è impossibile in quanto la jeep è troppo pesante (..).Toccherà così a una ditta privata rimuovere con cavi di acciaio e verricelli la carcassa del veicolo». A Limone, ancora oggi, le opinioni sulla tragedia divergono: «Poteva capitare a chiunque, non è stata colpa sua. Noi quella strada la percorrevamo sempre», dicono in tanti. Altri sottolineano l'imprudenza di viaggiare con un'auto così pesante, in pieno inverno, senza catene, su un percorso che non siconosce e dove la presenza di ghiaccio è quasi scontata.

La Via del Sale è una vecchia strada militare che unisce Limone Piemonte alla Francia. La percorriamo, con una guida esperta del luogo, a inizio inverno, prima che la neve la renda impraticabile. Superiamo quota 1400 e incontriamo una prima di due limitazioni di transito, chiuse da un lucchetto. In quel punto la strada si restringe ulteriormente. È sporca, a tratti ghiacciata e in altri innevata. A un certo punto la guida scende per montare le catene: sulla destra c’è una parete rocciosa e sulla sinistra lo strapiombo, meglio non rischiare. «Solitamente a dicembre questa strada è impraticabile», ci spiega, «perché questa è zona sciistica. Ci sono le piste ed è tutto innevato». Ma il 1981 è stato un anno scarsissimo quanto a precipitazioni: quel giorno, di neve non ce n'era. C'era il ghiaccio, però.

Proprio sotto la roccia chiamata Cabanaira, scorre un fiumiciattolo proveniente da una sorgente più a monte. In alcuni tratti l'acqua ricopre interamente il manto stradale: basta poco per creare una lastra micidiale. In un punto, sotto cui una targaricorda Renzo, Francesco e Rossana, la strada si stringe e il burrone ha una pendenza pressocché verticale. Sul fondo della scarpata, quasi cento metri più sotto, ancora oggi, si intravedono ancora alcuni rottami della Chevrolet rossa e bianca.
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