Interviste
 
"Mi somiglia, anche lui ha dovuto superare tante paure".
(KIKA) - Disney Pixar torna al cinema per Natale con Il viaggio di Arlo, film che uscirà anche in Italia il 25 novembre.

Si tratta di una storia “what if” come dicono gli americani, racconta cioè quello che sarebbe successo se: in questo caso, se il meteorite non avesse colpito la terra e i dinosauri non si fossero estinti: oggi, così, conviverebbero con gli esseri umani.



“Si può fare qualsiasi cosa con una storia del genere. Ci potrebbero essere dinosauri che guidano l’auto e uno fermi nel traffico, o che sono andati nello spazio” spiega Peter Sohn, che per la prima volta si trova a dirigere un cortometraggio dopo aver lavorato a lungo come animatore. Ha fatto parte anche dei team di Up e Ratatouille, fra gli altri. Ora, però, la sua immaginazione lo ha portato anche a creare il concetto del film: “Mentre sviluppavamo il film, all’inizio, stavo facendo qualche disegno. Uno mi ha colpito, era un dinosauro gigante che arava la terra. Così ho cominciato a pensare: gli erbivori potrebbero lavorare nell’agricoltura, i carnivori magari avere un ranch”.



Arlo, un dinosauro di 11 anni, è il protagonista. Separato dalla sua famiglia, deve ritrovarla con l’aiuto di un bambino.

Sohn, quando era piccolo le piacevano i dinosauri?

“Mi ricordo di aver visitato il museo di Storia naturale di New York, da piccolo, e di aver osservato il barosauro nell’atrio. Mi sconvolgeva, è incredibile pensare che una cosa così grande una volta fosse a passeggio a New York”.

Arlo ha molte paure. Lei ha detto che questo tipo di carattere riflette il suo?

“Quando ero piccolo non avevo fiducia in me stesso perché appartenevo a una minoranza a New York. Cercavo di imparare ad avere più fiducia ma è stato difficile. Ho impiegato tutta la vita a cercare di superare queste paure, piccole o grandi”.




Eppure è riuscito a portare avanti una carriera difficile, quella di animatore.

“I miei genitori sono coreani, sono arrivati negli Stati Uniti negli anni Settanta e hanno lavorato duramente per darci una vita migliore. Pensavano che dovessi lavorare nel negozio di famiglia, non riuscivano a capire il mondo dell’arte. Io mi ero appassionato all’animazione all’inizio del liceo e ho iniziato a lottare. Non penso che capiscano, ancora oggi, che cos’è l’animazione al computer. Hanno cercato di spingermi a rinunciare, ma più disegnavo, più cresceva la mia determinazione”.

Anche il cinema è stata una passione precoce?

“Sì, mia madre adorava i film e ci portava al cinema il venerdì, dopo aver depositato gli incassi della settimana. Non sempre capiva i dialoghi e mi chiedeva di tradurli. Questo, però, non succedeva con i cartoni animati: mi ricordo la scena in cui Dumbo incontra la mamma, dopo che lei è stata imprigionata, e lei riesce a cullarlo con l proboscide. Mia madre si è messa a piangere, e non le è servita la traduzione”.

Oltre a fare l’animatore, lei ha anche dato la voce, in lingua originale, a diversi personaggi. Come è stato interpretare il topo Emile in Ratatouille?

Lavoravo allo storyboard e il regista, Brad Bird, mi ha detto che ero perfetto per il ruolo. Ho pensato Ok, questo topo mangia spazzatura ed è sovrappeso, così gli ho risposto “Grazie Brad, non so cosa intendi ma ti ringrazio molto”. Gli davo la voce e Brad mi dava sempre qualcosa da mangiare per farmi parlare con la bocca piena.

E’ stato anche l’ispirazione per Russell, il bambino in Up.

“Ho partecipato allo storyboard, e fra animatori ci prendevamo in giro, disegnavamo caricature l’uno dell’altro. Continuavano a disegnarmi come un pollice con il cappellino, così alla fine questo ritratto è entrato nel film nei panni di Russell. Ha anche gli occhi da asiatico, e sono molto fiero che ci sia un bambino asiatico-americano in un film d’animazione”.

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