Interviste
 
A gennaio in Italia il remake del famoso horror degli anni Settanta
“Nessuno è antagonista della propria vita, siamo tutti protagonisti. E il protagonista pensa di fare la cosa giusta. Sempre”. E’ con una punta di filosofia che Julianne Moore racconta il suo personaggio in uno degli horror più attesi della stagione. Carrie – Lo sguardo di Satana, remake del film del 1976, tratto dal romanzo di Stephen King, arriverà nelle sale italiane a gennaio e l’operazione che Hollywood ha voluto fare è di quelle difficili: attualizzare un grande classico della cinematografia horror.

Il nuovo film, diretto da Kimberly Peirce (la brava regista di Boys don’t cry), ha già comunque incassato punti a favore. La critica americana, di solito dura con i rifacimenti dei classici, è stata piuttosto gentile e Julianne Moore e Chloë Grace Moretz (già vista in Hugo) sono credibili nella parte di Margaret e Carrie White, madre e figlia socialmente disadattate.

Signora Moore, chi è Margaret White?

Fondamentalmente una psicotica. Si rifugia dietro lo scudo di una religione oppressiva, da lei stessa inventata, ma in realtà è solo una psicotica. Non è cattiva.

Lei, nella sua mente agisce per il bene della sua bambina. Fa quello che ritiene opportuno per proteggere sua figlia. E quando non la vuole fare andare al ballo della scuola, quando le dice ‘rideranno di te’…la cosa buffa è che ha ragione.

Piper Laurie, che interpretò il suo ruolo nel film del 1976 ottenne una nomination all’Oscar. Pensa che succederà anche questa volta?

Non lo so, francamente non m’interessa. Non faccio i film per arrivare ai premi. Che sono una cosa carina, intendiamoci, ma non sono l’obiettivo.

Carrie ha il potere della telecinesi. Ovvero la capacità di spostare gli oggetti con il pensiero. Pensa che sia realmente possibile?

Non lo so, non ci sono prove, ma non è questo il punto. Nella letteratura e nella vita ci sono tanti simboli di come ci sentiamo e come ci piacerebbe essere. Questa ragazza, Carrie, si sente impotente di fronte agli eventi della vita, alla cattiveria dei compagni di scuola, al loro bullismo, e sviluppa questo potere. Succede a tanti, nell’adolescenza di essere sopraffatti dagli altri e di cercare una via d’uscita, certo, magari solo nella fantasia, ma molti ragazzi inventano cose, magari un potere che renda la vita più facile, che ripaghi delle ingiustizie subite e del bullismo che stanno patendo. Carrie è una metafora di queste difficoltà e di queste soluzioni di fantasia. Stephen King sì è un grande scrittore ma è anche e soprattutto un grande psicologo. Esplora come pochi sanno fare la mente umana.

E voi avete attinto dal romanzo, non dal film precedente?

Esattamente. E’ stato il libro il nostro punto di riferimento. Non serve altro, e quello che abbiamo voluto fare non è tanto un horror quanto un’esplorazione del mondo degli adolescenti. Questo film, come quello precedente, non spaventa se non proprio all’ultimo. Lo spettatore tende a simpatizzare con Carrie, a volere il suo riscatto. Carrie – Lo sguardo di Satana non è un horror.

Lei è madre di due adolescenti. Qual è il suo approccio di fronte al bullismo?

La prima cosa che insegno ai miei ragazzi, e sono molto esigente in questo, è di non escludere gli altri. Spesso dico loro: “Se vedi qualcuno da solo, vai con lui, chiacchiera, siediti vicino a lui. Non permettere che gli altri lo escludano”, solo così si vince il bullismo.

Chloë è poco più grande dei suoi ragazzi.

Infatti sul set mi sentivo molto protettiva nei suoi confronti. E’ una ragazza molto in gamba, molto intelligente e molto più matura della sua età, ma è comunque una bambina. Ha 16 anni, ne aveva 15 quando abbiamo girato, e quindi avvertivo la responsabilità di farla sentire a suo agio e al sicuro. E comunque girare un film, per quanto questo alla fine possa far paura, non è certo un’esperienza spaventosa. Le scene sono ripetitive e il lato emotivo si perde in quella ripetitività, e poi ci sono stati anche momenti divertenti, le cadute sui materassi, i voli appesi a un filo. Un ragazzo, ma anche un adulto, ha davvero modo di divertirsi sul set. L’altro giorno mi hanno proposto di fare zip-line,  ovvero un percorso appeso ad una corda con una carrucola. Sembra di volare. Tutti intorno a me erano molto eccitati. Io no, noi quelle cose sul set le facciamo tutti i giorni.
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