giovedì, 8 giugno 2017

Come si crea un campione? Ce lo dice Pierangelo Toniolo.

di Giuseppe Amodio
Intervista a Pierangelo Toniolo coach di Fabio Basile, Oro nel Judo alle Olimpiadi di Rio.
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Pierangelo Toniolo, ci dica il segreto: come si crea un campione?

Fabio è arrivato ragazzino nella nostra palestra per fare del sano sport, e solo dopo è venuto l'agonismo. La trasformazione verso il campione è avvenuta negli anni, nel tempo, con le vittorie, con le sconfitte, col pensiero positivo.

 

Come si distingue un bravo allenatore da uno meno bravo?

Nel judo devi essere un buon tecnico, devi essere molto bravo nella preparazione atletica, ma devi anche essere un ottimo motivatore, dato che essendo una specialità basata su incontri singoli, inevitabilmente si perde tanto. E’ assolutamente fondamentale saper dire la cosa giusta al momento giusto. Una volta arrivati in finale a Fabio ho detto “non hai fatto una vita di sacrifici per arrivare qui ed essere in finale, ma proprio per vincere l'oro. Non ti devi accontentare”. Era la cosa giusta da dire per conseguire una vittoria che non possiamo definire annunciata, e su cui, per fortuna, non c’erano quelle pressioni che la consapevolezza di essere sotto i riflettori dei media sempre genera. In quel momento e in quelle circostanze questo messaggio, ovviamente anche da me sentito con sincerità, ha funzionato.

 

Quindi attribuisce un importante peso più al supporto psicologico nell'allenamento rispetto al training fisico?

Dal mio punto di vista devi essere innanzitutto un gran motivatore. La testa nel judo è la centralina di tutto, ma certamente devi anche avere un fisico che lo supporta. Viceversa una buona tecnica ed un corpo allenato non possono raggiungere i risultati se non c’è anche una testa allenata e fortemente motivata.

Nella mia carriera ho tirato fuori un atleta che vinceva tantissimo, poi cambiò allenatore e dopo 4 mesi fece secondo al mondiale. Il padre mi ha poi raccontato di avergli detto: se ci fosse stato il tuo vecchio allenatore avresti vinto, perché ti avrebbe detto la cosa giusta, la frase giusta, la parola giusta per affrontare la finale.

 

Considera importante per i risultati conseguiti l’ambiente della scuola Akiyama di Torino dove allena?

Assolutamente. Si tratta di una struttura complessa in cui noi 3 fratelli che amiamo il Judo, uno dei due è il coordinatore per l’attività Juniores della nazionale, l’altro opera anche pedagogicamente sugli allievi più giovani, siamo affiancati da una vasta rete di collaboratori e servizi, come quello sanitario in collaborazione con l’Università di Torino o sull’alimentazione per la quale abbiamo una ricercatrice sempre dell’Università che ci segue, e che comprende anche il supporto psicologico che in alcuni casi diventa indispensabile. Riteniamo inoltre di svolgere anche una funzione sociale. Non dimentichiamo infine i nostri ‘assistant coach’ che sono fondamentali nella gestione di una struttura così articolata.

Diciamo che in Italia dietro al successo dei nostri campioni spesso ci sono organizzazioni di eccellenza che raggiungono risultati incredibili e che lavorano al pari di organi istituzionalmente preposti, e che lo fanno magari con introiti minori basati soprattutto sull'attività privata. Prima di raggiungere i corpi istituzionali questi campioni in realtà sono stati formati da noi. Di questo siamo molto fieri.

 

Per quali motivi consiglierebbe la pratica del Judo?

Il Judo è uno sport consigliabile non solo per gli aspetti fisici ma soprattutto per i valori malori. Fabio dopo aver vinto l’incontro è andato dall’avversario e gli ha alzato le braccia. Si tratta di uno sport in cui il rispetto per l’altro è un valore condiviso. Se questo principio fosse diffuso nel totale della società vivremmo in un mondo completamente differente.

 

Come procede l’attività di coach nella scuola Akiyama in questo momento?

Siamo molto contenti. Abbiamo giovani campioni che stanno crescendo con delle piccole e grandi vittorie.

 

 
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