martedì, 25 novembre 2014

Ebola: tutto quello che dovete sapere

di Chiara Bruschi
Siamo andati nell'Ospedale Sacco di Milano, struttura predisposta a gestire l'emergenza.
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MILANO -  4447 morti, 8914 contagiati in 330 giorni, ma entro la fine dell'anno, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità gli infetti potrebbero salire a 10mila la settimana: sono i numeri di Ebola, un’epidemia esplosa in Africa Occidentale che fa sempre più paura anche in Europa e negli Stati Uniti. Dal 6 dicembre 2013 a oggi, infatti, ovvero dal giorno in cui a Guèckèdou in Guinea, vicino al confine con Sierra Leone e Liberia, è morto il paziente 0, un bimbo di due anni contagiato dai pipistrelli della frutta portatori del virus, Ebola sembra inarrestabile.

Da questi tre Paesi provenivano anche gli infetti giunti in Europa e Stati Uniti: Miguel Pajares, missionario 75enne contagiato in Liberia ma morto in Spagna, dove si è ammalata l’infermiera spagnola Teresa Romero, 44 anni, che poi è guarita; Mohammed A. 56 anni, medico sudanese che lavorava per l’Onu in Liberia, morto a Lipsia dopo il suo trasferimento su un aereo speciale; Thomas Eric Duncan, l’uomo deceduto in Texas al rientro di un viaggio di famiglia in Liberia, che prima di morire ha contagiato un’infermiera locale (e causato la quarantena di 40 altri operatori dell’ospedale).

Anche l'Italia, in queste ore, ha dovuto attivare le procedure di emergenza per accogliere un medico di Emergency risultato positivo ai test. Il medico è stato ricoverato all’ospedale Lazzaro Spallanzani di Roma, centro che condivide questa responsabilità nazionale con l'Ospedale Sacco di Milano che al suo interno ha il laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e bioemergenze. Qui le misure di protezione, come si può vedere dalle immagini scattate durante un'esercitazione, sono molto complesse. A Milano, ci ha confermato la direttrice del Maria Rita Gismondo, lavorano cinque medici e dodici tecnici di laboratorio.

Lei ha parlato recentemente di rischio di infezione altissimo: perché?

“Se non si usano le precauzioni il rischio è altissimo, lo confermo. L’infermiera spagnola, per esempio, si è contagiata sfiorando la fronte con il guanto infetto. L’Ebola ha altissima infettività e basta un millimetro di pelle perché il virus si propaghi. Ha un’incubazione da 2 a 21 giorni”.

Quali sono i sintomi dell’Ebola?

“Febbre molto alta oltre 38,5, vomito e diarrea nella prima fase. Voglio essere molto chiara su una cosa: il sospetto deve essere entrato in contatto con quei Paesi. Il primo criterio per ammetterlo a un esame è che provenga da zone colpite o sia stato a contatto con persone contagiate”.

Cosa deve fare chi si trova in questa situazione?

“Deve telefonare al pronto soccorso del Sacco e chiedere dell’infettivologo”.

Un vostro esperto?

“Sì. Lui farà una prima consulenza telefonica.  Se ritiene che ci sia una situazione di rischio, gestisce il caso: se il paziente è in un altro ospedale con pronto soccorso attrezzato, la struttura ci invia un prelievo di sangue per l’analisi e aspetta i risultati. In caso contrario il paziente viene mandato qui da noi con ambulanza e barella ad alto biocontenimento, e provvediamo noi a tutto”.

Immigrazione e turismo: dobbiamo preoccuparci?

“Se non si proviene da quei Paesi oppure non si ha avuto un contatto con persona  proveniente da quei Paesi che aveva sintomi non c’è nulla di cui preoccuparsi.

I casi americano, spagnolo e tedesco rispondono tutti a queste caratteristiche”.

Il paziente 0 è stato contagiato dai pipistrelli della frutta. Come mai proprio adesso?

“Questi animali sono sempre stati portatori del virus ma, in seguito a una massiccia deforestazione, si sono spostati in zone abitate contagiando anche le persone”.

Da allora sono passati 10 mesi. Pensa che la situazione sia stata sottovalutata?

“Fare una critica del genere sarebbe molto presuntuoso. In zone complesse come quelle dell’Africa occidentale è impossibile intervenire subito: non è detto, per esempio, che le vittime si siano rese conto subito del problema o che gli operatori locali abbiano attivato da subito l’Organizzazione mondiale della sanità. Il virus Ebola è comparso nel 1976 e da allora ha sempre provocato focolai con picchi massimi di 200-300 infetti. Questa volta è diverso”.

Come mai secondo lei?

“I virus possono mutare e diventare molto più o meno aggressivi”.

Nella ricerca del vaccino è impegnata anche un’azienda italiana, Okairos. Siamo vicini a una soluzione?

“L’unica fonte reale e certificata è l’OMS, che pubblica sul suo sito aggiornamenti quotidiani. Il vaccino è stato approvato in una prima fase ma, a mio parere, ci sono tempi tecnici da rispettare e temo che non riusciremo ad averne uno pronto entro i prossimi due mesi”.

Quando è nato questo laboratorio?

“È stato creato nel 2003 per emergenze gravi come la Sars. Ha sempre funzionato in tutti questi anni per l’alta emergenza e ora abbiamo l’autorizzazione per i livello 4, che corrisponde a Ebola vaiolo e quanto ci può essere di più dannoso al mondo”.

Cos’ha di diverso dagli altri?

“Abbiamo dispositivi di protezione personali e ambientali: i primi servono a proteggere l’operatore e a impedire che entri in contatto con il campione o con il paziente. Mi riferisco a scafandro, guanti, mascherine e alle procedure di decontaminazione e smaltimento speciale degli abiti e degli oggetti entrati a contatto con il potenziale ammalato”.

E i secondi?

“Servono a preservare l’ambiente nel momento in cui si opera sul campione di sangue. Abbiamo stanze con isolamento a pressione negativa, dove l’aria entra ma non esce. Come le dicevo, basta un millimetro di pelle scoperta perché il virus si propaghi”.

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