mercoledì, 2 marzo 2016

Non è una battuta: tumore alla prostata, la cura è donna

di Massimo Rosi
Francesca Demichelis: una malattia maschile curata da una donna.

TRENTO - ESCLUSIVO - Il carcinoma prostatico è il tumore più frequente nella popolazione maschile dei Paesi occidentali e la terza causa di morte per tumore. In Italia nel 2015 sono stati diagnosticati circa 35,000 nuovi casi, la ricerca di una cura definitiva è attiva da molto tempo e la dottoressa Francesca Demichelis, del Centro di Biologia Integrata (Cibio) dell’Università di Trento, ha diretto uno studio i cui risultati cambieranno l'approccio alla malattia e conseguentemente alla sua cura.

L'analisi, curata in collaborazione con la Weill Cornell Medicine University di New York e il Dana Farber Cancer Institute di Boston ha condotto a un’importante scoperta, pubblicata da Nature Medicine, la rivista di medicina sperimentale in assoluto più prestigiosa al mondo. Una scoperta che apre a nuove possibilità terapeutiche per i pazienti affetti da cancro alla prostata in stadio avanzato e per questo resistenti alle terapie normali, e che potrebbe permettere anche di aumentare l’efficacia nella diagnosi del cancro neuroendocrino alla prostata.

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Curioso e singolare il fatto che a ricercare una cura per una malattia prettamente maschile sia una donna: la Demichelis è una tipa davvero tosta.

Ma perché il tumore prostatico in fase avanzata è così difficile da curare? Per sfuggire al successo del trattamento farmacologico, il tumore letteralmente si trasforma in un altro, più resistente.  "L’adenocarcinoma evolve in un tumore neuroendocrino e il modo in cui questa evoluzione avviene, questa capacità di trasformarsi per resistere ai trattamenti farmacologici, ci ha colpito - ha spiegato la Demichelis - È come se alcune cellule si fossero costruite una sorta di corazza e nuove modalità di sostentamento per sopravvivere. In sostanza, è come se cambiassero dieta per difendersi. Per frenarle, l’unico modo è interrompere il trattamento e cambiare protocollo farmacologico. I dati che abbiamo generato possono aiutare l’identificazione di molecole in grado di attaccare queste cellule finora intoccabili".

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