Curiosità
martedì, 22 novembre 2016

Trump porta la parità tra euro e dollaro?

di Redazione
Il risultato era impensabile soltanto un paio di anni fa.


Che Trump presidente degli Stati Uniti fosse uno scossone per il sistema politico mondiale era prevedibile. Troppo spinta la sua campagna elettorale per pensare a un successo senza conseguenze, nel breve e nel lungo periodo. Che però il suo insediamento in Casa Bianca potesse rilanciare il dollaro tanto da riportarlo a insidiare l'euro era ipotesi ventilata da pochi eletti. Forse da nessuno.

Invece la valuta statunitense si sta imponendo sul mercato, per tornare a livelli inimmaginabili pochi anni fa. “Alcuni anni fa con la potenza dell’euro potevamo fare un viaggio negli Stati Uniti e comprare prodotti a prezzi vantaggiosi dal punto di vista del cambio, mentre allo stato attuale ci ritroviamo in una situazione vicina alla parità”, si legge sul blog finanziario Eotrading.



I trader più esperti ritengono che l'evento possa verificarsi entro il 31 dicembre 2017 con un 45% di possibilità, il doppio rispetto a quando Obama guidava gli USA. Le idee politiche di Trump, portate alla diminuzione delle tasse e l'aumento della spesa per le infrastrutture, portano gli investitori a considerare un rilancio degli Stati Uniti lo scenario più attendibile per il futuro. Il cambio euro-dollaro è attualmente attestato a 1,0709, cifra minima in questo 2016.

Secondo gli studi della Deutsche Bank basterà un mese e mezzo per scendere a 1,05, mentre prima che inizi il 2018 il cambio sarà a 0,95. Un evento storico: la precedente parità euro-dollaro era stata ottenuta nel luglio 2002, quando la neonata moneta del vecchio continente iniziò a mettere a tacere il dominio a stelle e strisce. Una data ora quanto mai lontana, considerando che a lungo il cambio è rimasto sopra all'1,20.

Quali conseguenze porterà il rafforzamento del dollaro? Le previsioni sono sempre difficili da effettuare, ma è immaginabile che la Fed decida di alzare i tassi a dicembre. Se prima l'evento era pronosticabile all'80%, con Trump la percentuale schizza al 92%. Un dollaro forte significa una situazione complicata per il mercato cinese e per quello delle materie prime. La nazione asiatica ha fissato la parità con il dollaro a 6,8495 yuan, vale a dire il minimo dal 2008 a questa parte. Un fatto che di sicuro aiuta le esportazioni, ma rischia di portare pressioni deflazionistiche. Senza dimenticare che i capitali cinesi andrebbero verso il deflusso, aumentando in modo esponenziale i rischi finanziari.

Per quanto riguarda le materie prime, il problema è vincolato al valore del dollaro da un legame più stretto. La moneta statunitense è infatti usata a livello internazionale per la compravendita di materie prime, che quindi diventano più costose. Inutile dire quanto questo possa diminuire la richiesta complessiva, in particolare in un momento non certo felicissimo per il mercato. Uno scenario apocalittico per quei Paesi emergenti che basano la loro economia proprio sull'esportazione di questo genere dei prodotti.

L'arricchimento degli Stati Uniti, almeno a livello monetario, si scontra con il sogno degli Stati in via di industrializzazione. Per quanto riguarda invece la questione interna agli USA, è prevedibile infine un abbassamento della crescita del PIL per il 2017. Un piccolo scotto da pagare per risanare l'economia, anche se Trump dovrà prima essere in grado di attuare le promesse ventilate in campagna elettorale. Una sfida rischiosa, almeno se non si vuole compromettere il bilancio degli Stati Uniti. Il tycoon si prenderà anche questo rischio?

 
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