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mercoledì, 29 agosto 2018

Blocco della pubblicità all’azzardo, le possibili conseguenze

di Redazione
È iniziato il primo campionato di Serie A da anni senza pubblicità sul gioco d’azzardo.
 



È iniziato il primo campionato di Serie A da anni senza pubblicità sul gioco d’azzardo.

Una piccola rivoluzione che forse non ha fatto particolarmente rumore, ma potrebbe avere ripercussioni importanti sul futuro del nostro campionato e dell’intero comparto del gambling. Il Decreto Dignità d’altronde è stato chiarissimo: è vietata qualsiasi forma di sponsorizzazione e di pubblicità legata alle scommesse, e i contratti in essere dovranno essere sciolti entro la fine del 2019.

La decisione sembra piuttosto drastica, e di sicuro porterà una serie di cambiamenti all’interno del mondo dell’azzardo. Va subito chiarito che gli spot e l’apparizione sulle magliette dei calciatori non sono la principale fonte di attrazione al mondo delle puntate: il buon vecchio passaparola, in questo caso, resiste imperterrito alla tecnologia. Ma indubbiamente ai siti online ricordare ai clienti, reali o potenziali, che possono scommettere in qualsiasi momento dell’evento sull’esito finale garantiva qualche introito in più. Con l’avvento di internet poi l’immediatezza della puntata aveva avvicinato diversi utenti, portando il mercato digitale italiano a sfondare il miliardo di euro per la prima volta nel 2016, arrivato poi a 1,37 miliardi nel 2017. Una crescita continua, che sembrava inarrestabile. E ora viene messa in discussione.

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L’effetto sperato da chi ha promosso il decreto è la diminuzione drastica del numero di ludopati. Si calcola che in Italia i soggetti affetti dalla malattia da gioco sono compresi tra gli 800.000 e il milione. Soltanto alcuni di loro si rivolgono ai centri istituiti per permettere di curare il demone delle puntate: per altri uscire dal tunnel è estremamente difficile.

Per questo il Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha sottolineando l’importanza del provvedimento, rispondendo alle critiche di chi sottolinea l’aspetto finanziario. I soldi che non entreranno nelle casse dello Stato saranno recuperati con due modalità differenti: in parte con un ulteriore aumento della tassazione su slot machine e VLT, in parte risparmiando sui costi sanitari del fenomeno gambling compulsivo. Una strategia che mira a scoraggiare la nascita di nuove imprese e il consolidamento delle vecchie, per mantenere il gioco regolamentato ma proteggere i soggetti a rischio.

L’altro lato della medaglia è un settore in cui sono impiegati circa 20.000 italiani, i cui posti di lavoro dovranno essere ridimensionati di fronte alla preventivabile crisi. Contando il numero di locali in cui sono presenti apparecchi per l’azzardo e che traggono profitto da essi (oltre all’attività commerciale principale, che sia bar, hotel o simili), la cifra salirebbe a 120.000. La fuga all’estero di alcuni dei 76 marchi provvisti di licenza potrebbe costare il lavoro ad alcuni di loro, senza liberarne altri in settori simili. Tralasciando l’importanza che la pubblicità derivante dall’azzardo mantiene in diversi sport. Il calcio ha i mezzi economici per trovare altri nomi, ma basket e pallavolo sono realtà fortemente legate alla presenza di sponsor bet-friendly. Senza dimenticare l’importanza dei possibili introiti per il mondo della comunicazione, in particolare l’editoria. Infine, il rischio del divieto pubblicitario rischia di non permettere ai nuovi giocatori di avere un riferimento per distinguere i casinò online legali, recanti il simbolo AAMS, e quelli gestiti dalle mafie locali, e quindi non collegati allo Stato. Tutti punti spinosi a cui il Decreto dovrà fare fronte, in un attacco al settore del gambling che sembra disperato.
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