lunedì, 3 Aprile 2017

Tredici, la serie che racconta le ragioni di un gesto estremo

di Corrado Gigliotti
Tredici sono le ragioni per cui Hannah, adolescente americana, ha deciso di suicidarsi.
 

Tredici sono i momenti che hanno contribuito in maniera determinante allo sgretolarsi della sua vita a tal punto da farle decidere di abbandonarla definitivamente.

La scelta però non è stata affatto impulsiva e poco ragionata, anzi, quello che stupisce in questa serie Netflix, tratta dal libro omonimo, è l’assoluta lucidità e la coscienza nella preparazione della sua ultima comunicazione al mondo.

Hannah progetta le proprie memorie come se fossero una lucida vendetta, un promemoria assurdo e crudele.

E anche il metodo scelto è particolare. Hannah rifiuta di utilizzare i canali della tecnologia moderna perché essi stessi hanno spesso contribuito ad aumentare e amplificare le proprie difficoltà di adolescente, e affida le proprie memorie a un metodo obsoleto e quasi ormai in disuso: la musicassetta.

 

Su audiocassette, infatti, registra le 13 motivazioni per le quali si è uccisa e inizia un gioco postumo nel quale i personaggi coinvolti sono costretti a giocare e a rivivere, attraverso la sua voce, momenti che sono parsi insignificanti, piccolezze, dettagli che , però, vissuti tramite la voce di Hannah diventano macigni insormontabili.

Tutto il mondo adolescenziale è chirurgicamente analizzato, lucidamente, con pochi sentimentalismi, ma con una grossa critica rivolta al mondo degli adulti.



Hannah tenta di lanciare un ponte tra i due mondi, utilizzando un metodo comunicativo della generazione precedente, ma questo ponte è fragile e non regge. Nella serie i ‘grandi’ appaiono sbigottiti e incapaci di governare un atto così assurdo che ha sconvolto la comunità, il suicidio di una adolescente viene gestito in maniera confusa, inadatta, poco empatica. Gli adulti che intervengono nella vicenda propongono soluzioni inefficaci o totalmente invasive, come per esempio il ricorso agli psicofarmaci.

Il primo testimone inconsapevole è Clay, lo sfigato della scuola, che apparentemente ha tutte le carte in regola per ricoprire il ruolo dell’innocente, dell’amico invaghito ma troppo nerd per essere calcolato. In realtà è così fin ad un certo punto, Clay ha colpa di rimanere inerme, di non intervenire in quelli che sono gli accadimenti del racconto, di essere , seppur marginalmente, rientrato nel gioco e nella dinamica crudele del fango. Clay finisce nel personale girone degli ignavi di Hannah.

La narrazione è densa di flash back e la protagonista è molto presente, non solo nella trama; non si tratta mai dell’apparizione di un fantasma o di un ricordo doloroso, Hannah è una presenza reale e lucidissima ed è colei che tira realmente le fila di tutta la vicenda. Un espediente narrativo che esteriormente ricorda Laura Palmer, recentemente di nuovo alla ribalta, ma che qui -ben lungi dagli aspetti horror psichedelici di Twin Peaks- serve a esplorare il dramma interiore di una ragazzina che si toglie la vita.

La serie è creata da Brian Yorkey, basata sul romanzo 13 dello scrittore Jay Asher, rilasciata il 31 marzo 2017 da Netflix contemporaneamente in Usa e Italia.

Hashtag #incubodeigenitori

voto 7,5

 

Corrado Gigliotti

Comunicatore, screen addicted, ha studiato con Carlo Freccero e Felice Rossello, se qualcosa è rimasto tra i neuroni potrebbe valere la pena leggerlo.

gigliocorrado@twitter.com
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